Città sola

Citta sola di Olivia Laing è stato per me, il libro giusto al momento giusto.
È una sensazione difficile da spiegare. È come se il libro avesse trovato me e non il contrario, come accade di solito. Può essere possibile una cosa del genere? Perché, in questo caso, è successo proprio così.
Durante il mio giro quotidiano su internet, ho letto che la casa editrice Il Saggiatore stava aderendo alla campagna Solidarietà Digitale, offrendo alcuni libri in formato ebook. Quel giorno era possibile scaricare gratuitamente l’ultimo saggio di Olivia Laing. Avevo sentito parlare di lei ed ero molto curiosa di approcciarmi al suo genere, che avevo letto essere molto originale.
È stato in questo modo che il libro mi ha trovato.

Città sola di Olivia Laing

Un libro necessario

Città sola è stato per me un libro necessario. Anche se in alcuni momenti è stata una lettura dolorosa, era ciò di cui avevo bisogno.
La storia ha come sfondo la città di New York ed è un viaggio nella solitudine, attraverso l’arte in tutte le sue forme: dalla pittura alla fotografia e dalla musica al cinema. Descrivere la solitudine non è facile, perché impone a chiunque cerchi di affrontare il tema, di guardare dentro se stessi e una volta che s’inizia a farlo non si puoi mai sapere cosa si troverà. Ci saranno cose belle, desideri, gioie, bei ricordi, ma anche timori, paure e insicurezze.
La solitudine è uno di quei sentimenti che fa più paura, proprio perché è poco definito e definibile. Con questo saggio, Olivia Laing è riuscita a superare queste paure, accompagnando il lettore nei meandri più nascosti della solitudine e lo ha fatto attraverso la vita e le opere di artisti controversi e solitari. Edward Hopper, Andy Warhol, Valerie Solanas, David Wojnarowicz, Greta Garbo, Klaus Nomi, giusto per citarne qualcuno.

Stigma

La solitudine può essere la conseguenza di un disagio e di un malessere profondo. A volte capita, com’è accaduto ad alcuni degli artisti citati nel libro, che la società che dovrebbe aiutarli invece li isola ancora di più.
L’autrice cita un saggio di Erving Goffman del 1963, Stigma. L’identità negata. In passato la parola ‘stigma‘ era usata per indicare “un sistema di segni fisici associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale della persona”. Chi portava questi marchi, impressi a fuoco o incisi sulla pelle, era subito identificato come emarginato e da evitare per scongiurare possibili infezioni o contaminazioni.
Quanto ci fa paura adesso tutto questo, vero?
Col tempo, il termine finì per indicare qualunque segno di diversità non desiderata dalla società.

Una fonte di stigma può essere visibile o invisibile, ma, una volta identificata, scredita e svaluta l’individuo agli occhi degli altri , marchiandolo come diverso e persino inferiore, da persona completa e normale diviene contaminata, difettosa. […] In breve, lo stigma non produce solo emarginazione, umiliazione o vergogna; lo stigma uccide.

Città sola – Olivia Laing

Perché consigliare un libro che parla di solitudine?
In primo luogo perché si affronta questa tematica da una prospettiva del tutto nuova e originale: l’arte che riesce ad arrivare là, dove le parole non possono. E poi, anche se può sembrare un paradosso, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo, la solitudine è un sentimento che ci riguarda tutti.

Share Button