Italiani, brava gente? Le colpe nascoste e i crimini di guerra italiani in Africa

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«Quando nelle scuole si celebra la giornata della memoria per ricordare l’eccidio degli ebrei da parte dei nazisti, gli insegnati dovrebbero dire ai loro alunni, che questi ultimi appresero l’uso dei campi di concentramento proprio da noi italiani». copertina_libroÈ con questa provocazione che Michele Strazza introduce il suo libro “Le colpe nascoste. I crimini di guerra italiani in Africa” (Edizioni Saecula) durante la presentazione di sabato 8 febbraio, presso il centro sociale “Prof. G. Lorusso” di Filiano. In questo volume l’autore, studioso di storia contemporanea, con un linguaggio chiaro e conciso proprio di un tipico reportage giornalistico, attraverso le agghiaccianti dichiarazioni di alcuni testimoni, ripercorre la vicenda del colonialismo italiano in Africa.
Nel dopoguerra, le nuove generazioni italiane furono educate all’idea che durante il fascismo gli italiani fossero stati profondamente diversi dai nazisti e nell’immaginario collettivo si diffuse l’idea del soldato italiano bravo e comprensivo verso il nemico. L’intera società italiana si autoassolse ritenendosi vittima della malattia del fascismo. In realtà, Strazza con questo libro vuole dimostrare che le cose andarono diversamente. Le deportazioni, i rastrellamenti, le stragi, il razzismo e i campi di concentramento non furono patrimonio solo dei nazisti ma strategie studiate e praticate dal Regio Esercito nei territori che occupò. Nei campi italiani non morirono solo i “ribelli” ma anche donne, vecchi e bambini.
Durante la guerra di occupazione in Libia (1911), l’esercito italiano si trovò in grandi difficoltà, i “ribelli” contro i quali era chiamato a combattere non erano nemici tradizionali e inoltre potevano contare sul sostegno della popolazione che offriva loro supporto concreto e morale. Fu per questo motivo che Pietro Badoglio, allora governatore della Tripolitania e della Cirenaica, affermò: «bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa». Come la storia testimonia, la tecnica delle deportazioni nei campi di concentramento verrà ripresa dai nazisti più tardi. Ma a differenza di quanto accadde in Germania, non c’è mai stata una Norimberga italiana e ci sono ancora morti che reclamano giustizia. Ho colto l’occasione per chiedere all’autore se, secondo lui, oggi l’Italia è pronta ad affrontare queste responsabilità.  Ha risposto che deve esserlo, perché una nazione che non ha il coraggio di guardare indietro diventa incapace di guardare avanti.

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